Il dialogo non decolla tra paziente, oncologo e medico di famiglia

I malati si sentono esclusi dalla scelta delle terapie. Gli specialisti lamentano scarsa collaborazione dei medici di famiglia. Così le cure rischiano di peggiorare

46 contro 90: il primo numero è la percentuale delle persone con tumore che si sentono effettivamente coinvolte nella scelta delle cure (che a pari efficacia, per esempio, producano meno effetti collaterali indesiderati), mentre il secondo è la percentuale dei medici che dice di coinvolgere il propri pazienti nelle decisioni sulla terapia. 

Insomma, è evidente che qualcosa non torna, che come minimo c’è qualcosa che non funziona nella comunicazione tra pazienti e medici. In realtà qualche sospetto almeno già c’era, ma a confermarlo sono ora due sondaggi condotti nello scorso ottobre dalla Fondazione Insieme contro il cancro, i cui risultati sono stati presentati giovedì 19 novembre a Roma, in un incontro reso possibile da un grant di Astrazeneca. I problemi di comunicazione, peraltro, non investono solamente i rapporti tra paziente e oncologo ma anche tra quest’ultimo e il medico di famiglia: più della metà (56%) degli specialisti ritiene infatti che la collaborazione tra i due sia scarsa e meno di uno su tre (32%) la giudica sufficiente.

Eppure una migliore qualità di vita può svolgere «un ruolo decisivo nell’adesione alle cure» sottolinea Francesco Cognetti, presidente della Fondazione, nel ricordare che la quasi totalità (93%) degli oncologi se ne dice convinto. «Spesso – prosegue Cognetti – i pazienti interrompono le terapie proprio a causa dei disturbi causati dai farmaci. Per questo è fondamentale individuare, a paragonabile efficacia dei trattamenti, quei farmaci che garantiscono minori effetti collaterali. Inoltre – aggiunge – il numero crescente delle formulazioni orali che permettono al paziente di vivere il trattamento a domicilio con il supporto dei familiari richiede una migliore collaborazione con la medicina del territorio».

Nel rapporto tra paziente e medico, comunque, le cose non vanno sempre male. Per esempio, gli stessi sondaggi (su 533 oncologi e 354 cittadini colpiti dalla malattia) evidenziano che il 68% dei pazienti ha percepito un’adeguata attenzione e sensibilità verso il proprio stato d’animo e l’88% ritiene di aver ricevuto informazioni adeguate su come gestire la malattia e sui disturbi legati alle terapie. Dall’altro lato il 59% degli oncologi ha dichiarato di rivolgere domande sul possibile stato di disagio interiore. Numeri che fanno dire a Filippo de Marinis, direttore della Divisione di Oncologia toracica all’Ieo di Milano, che l’oncologo «presta molta attenzione alla qualità di vita» dei pazienti, con «una sensibilità che si traduce anche nella scelta della terapia che tende ad essere sempre più chemo-free, superando l’utilizzo della vecchia chemioterapia». Un trattamento più efficace, per essere preferito nonostante la peggiore tollerabilità, deve dimostrare un risultato migliore in termini di sopravvivenza di almeno 90 giorni per l’85% degli oncologi intervistati e di sei mesi per il 41%. «Tuttavia può accadere che lo specialista abbia una percezione parziale degli effetti collaterali – ammette de Marinis – perché il paziente li “vive” al domicilio grazie alla possibilità di accedere sempre più a terapie orali e cerca soprattutto il sostegno dei familiari e del medico del territorio. Per questo – auspica lo specialista – deve essere rafforzato il dialogo con questi professionisti che hanno un rapporto costante e diretto con i malati». «È importante che l’oncologo assicuri una completa e chiara informazione – interviene Elisabetta Iannelli, segretario della Fondazione Insieme contro il cancro – per costruire un rapporto di fiducia con il paziente. Imparare a conoscere la malattia, le opzioni terapeutiche, i relativi effetti collaterali e gli strumenti per eliminarli o quantomeno ridurli – assicura infine – aiuta il malato ad affrontare con più forza e serenità il cancro».

 

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