Tumore al seno: l’effetto indesiderato accorcia la vita

Le conseguenze secondarie delle terapie possono essere talmente insopportabili da costringere le pazienti a sospendere le cure

Il problema della tossicità e della tollerabilità dei farmaci oncologici è rilevante: negli studi registrativi, dal 10 al 20% delle pazienti, una donna su cinque, per via della pesantezza degli effetti collaterali non riesce a continuare una terapia che potrebbe prolungarle la vita in modo significativo.  A mettere l’accento su un aspetto delle cure anticancro troppo spesso sottovalutato, quello degli effetti collaterali delle terapie, è Paolo Marchetti, professore di Oncologia medica e direttore dell’Unità operativa complessa di Oncologia medica dell’Azienda ospedaliera Sant’Andrea di Roma.

L’occasione è stata un incontro nel nosocomio della Capitale che di recente ha ricevuto un prestigioso riconoscimento, essendo stato inserito dall’Esmo, la Società europea di oncologia medica, nella lista dei Designated centers of integrated oncology and palliative care, i Centri d’eccellenza che integrano nei loro percorsi diagnostico-terapeutici le migliori strategie di supporto per la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie. Un riconoscimento tutt’altro che agevole da conseguire: quest’anno in tutto il mondo sono solo 16 i Centri che soddisfano i rigorosi criteri di inclusione previsti dall’Esmo. E che perseguono il miglioramento della qualità di vita anche attraverso l’impegno sul fronte della sperimentazione di terapie e formulazioni più tollerabili e meno invasive.

Dall’Esmo «vediamo riconosciuto il nostro impegno volto a integrare le competenze e a promuovere un approccio multidisciplinare per offrire un percorso di cura condiviso e ben strutturato, nel quale la paziente è al centro» commenta Maria Paola Corradi, direttore g del Sant’Andrea.

Sul problema degli effetti collaterali indesiderati delle terapie farmacologiche torna Marchetti precisando che «tanto più si riesce a offrire un trattamento efficace senza tossicità, tanto più esso si tradurrà in un vantaggio in termini di sopravvivenza e di controllo della malattia. In questa logica, che contempla anche la riduzione dell’impatto delle terapie sulla vita delle donne, l’attività di ricerca sperimentale -conclude l’oncologo – è orientata anche verso innovative modalità di somministrazione dei farmaci, come il sottocute».

Eccellenza non significa solo miglior servizio assistenziale e migliori terapie, ma anche la possibilità per le pazienti di partecipare alle sperimentazioni internazionali e di fruire da subito delle innovazioni in grado di migliorare la loro qualità della vita. 

È anche attraverso la sperimentazione clinica di innovazioni terapeutiche che si persegue una migliore qualità di vita, come accade con il progetto All around Patients sostenuto da Roche, alla ricerca di trattamenti meno invasivi e in grado di diminuire l’impatto delle cure

Senza ricerca, d’altronde, non si possono costruire percorsi di eccellenza a cui le stesse pazienti partecipano in modo determinante, come sottolinea Adriana Bonifacino, responsabile dell’Unità di diagnosi e terapia in senologia del Sant’Andrea e presidente dell’Associazione IncontraDonna Onlus: «Sono ormai le donne stesse che richiedono quali siano i Centri di cura con trial clinici e che pongono allo specialista oncologo domande appropriate in merito, grazie anche a un’informazione molto più capillare e approfondita sulla questione trial, ma sicuramente si può fare di più per renderle ancora più consapevoli in merito alle possibilità di cura».

Ne è un esempio la sperimentazione clinica sulla nuova modalità di somministrazione sottocutanea di trastuzumab, anticorpo monoclonale indicato per il tumore al seno HER2 positivo: i dati dello studio internazionale di fase III HannaH mostrano che la formulazione sottocute ha un’efficacia sovrapponibile a quella per endovena, attualmente in uso, ma con il grande vantaggio di migliorare la qualità di vita delle pazienti grazie alla sua praticità legata a tempi di infusione più brevi (cinque minuti rispetto a 30-90 minuti dell’infusione) e a una minore invasività. Vantaggi, quelli dell’uso della formulazione sottocute, ai quali potrebbero aggiungersi importanti ricadute positive sui conti della sanità pubblica. Ma la sperimentazione al Sant’Andrea riguarda anche due nuove opzioni terapeutiche per le pazienti affette da tumore HER2 positivo in fase avanzata: il primo è un nuovo anticorpo monoclonale e un anticorpo-farmaco coniugato che trasporta il  chemioterapico direttamente all’interno delle cellule tumorali che iperesprimono il recettore HER2. L’iperespressione del recettore HER2 è presente in circa il 20-30% dei tumori al seno e determina una prognosi meno favorevole: ora più che mai, dunque, è fondamentale eseguire il test per determinare la positività HER2 al momento della diagnosi, come indicano le linee guida Asco (l’Associazione degli oncologi americani), in modo che il medico sia nelle condizioni di scegliere terapie mirate specifiche e più efficaci. 

A confermare l’importanza di un approccio multidisciplinare integrato con strategie di supporto per il miglioramento della qualità di vita dei pazienti, all’incontro del Sant’Andrea ha portato la propria testimonianza una giovane donna alla quale, nel 2007, venne diagnosticato un primo cancro della mammella. Dopo alcune esperienze negative, la donna giunge al Sant’Andrea dove, nel 2008, le viene diagnosticato un secondo tumore all’altro seno. Ma, come lei stessa ha raccontato, l’ormai acquisita fiducia nel sistema delle cure del Sant’Andrea le ha permesso di affrontare la nuova, durissima prova. E oggi, dopo gli immaginabili cicli di terapie farmacologiche e ben otto interventi chirurgici, compresi quelli ricostruttivi,… è giunta al termine del sesto mese di gravidanza.

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