Michela, che sta per morire di cancro: “Ho due tumori, uno uccide me e il secondo gli altri”

Michela, che sta per morire di cancro: “Ho due tumori, uno uccide me e il secondo gli altri”

Ha poco più di cinquant’anni e da alcuni anni entra e esce dall’ospedale. Michela è stanca, stremata. Il suo racconto della malattia è lucido e agghiacciante: «Ci sono momenti in cui i miei pensieri sono ancora più pesanti del mio corpo». Affaticata dai tanti esami fatti e da fare, dall’attesa dei risultati, dei referti, dalle cure. Stressata dai troppi pareri, pregni di speranza e di soluzioni, di medici e professionisti in camice bianco: «Sorrido forzatamente cercando di accettare le loro parole. Ma da tempo ho smesso di aggrapparmi a qualsiasi soluzione. So che sto per morire, non so quando avverrà ma è così. Oggi mi interessa solo respirare».

di Alessandro Corroppoli

Una storia struggente, triste come tutte quelle che hanno a che fare con un tumore, un cancro. Un male, l’alieno (come lo chiamava Oriana Fallaci) che ti entra dentro e distrugge tutto ciò che incontra. Si impossessa del tuo corpo, «dell’involucro di ossa e carni con cui ogni mattina, pomeriggio e sera si diverte a giocare», e modifica la vita quotidiana di chi circonda e ama la vittima. «Sto facendo soffrire chi voglio bene. Questo è uno dei due tumori che mi porto dentro, l’altro, beh lo vedi da te, mi sta consumando e spegnendo poco a poco».

Michela è una donna che ha poco più di cinquanta anni. Scopre di essere ammalata, di avere un tumore al seno dopo uno screening mammografico sei anni addietro. La incontriamo nella sua abitazione a Campobasso dove ci accoglie con un sorriso tanto malinconico. «Sentivo come un dolore sotto l’ascella destra, mi tirava tutto il braccio – racconta – . Vado dal medico curante che mi consiglia una mammografia. Purtroppo il referto è stato tanto duro e quanto crudo: carcinoma lobulare in stato avanzato». L’inizio di una nuova vita a poco più di quarant’anni. Un’esistenza si che chiude e sbatte la porta in faccia a ciò che era stato sino a qualche istante prima. Nel giro di poco tempo, dopo le visite e analisi di rito, Michela va sotto i ferri. Asportazione della mammella destra. «La mia vita è cambiata in un attimo e con essa tutto ciò che ne faceva parte: la famiglia, il lavoro e gli amici. Ma, avevo fiducia e speranza». Tornata a casa si rade a zero per non vedere i capelli cadere, si compra una parrucca e inizia a credere a tutto o quasi, cercando e scegliendosi un modo per tirare avanti e per sperare. «Dicono che quando si sta male ci si aggrappa a qualsiasi speranza. Che quando arrivano momenti come questi si è disposti a pensare a ogni soluzione, ad ogni cura. È vero».

Dopo il primo ciclo di chemioterapia le cose sembrano andare per il verso giusto. «All’inizio è stata dura ma ero animata da uno spirito battagliero. Mi sono rasata il capo per evitare di vedere i capelli cadere ma non avevo previsto anche la caduta delle sopracciglia. Vomitavo dopo ogni seduta di chemioterapia ma lottavo contro la malattia con tutta me stessa». Sforzi che sembrano essere premiati allorquando, a distanza di settimane dalla fine del ciclo di cura, «hanno ricominciato a crescere i capelli, ed ho messo la parrucca in fondo all’armadio. Ho smesso di vomitare e quando ho potuto nuovamente assaggiare il cibo e ricordare il sapore del ragù di pomodoro e la consistenza di un piatto di pasta ero felice come una pasqua». Ma la gioia, purtroppo, dura poco. «A distanza di un paio di anni dall’intervento, facendo un movimento brusco mi rompo lo sterno destro. Una piccola frattura. Pensavo fosse stata dovuta all’indebolimento delle ossa per via della chemio e delle tante medicine prese ma non potevo pensare che il cancro si fosse infiltrato nelle mie ossa». Michela, ora, è visibilmente provata: ha gli occhi lucidi e un groppo in gola, ma non vuole fermarsi. Vuole continuare il suo racconto. «Negli anni, nonostante le tante cure ho visto crescere in me tanti ’mai più’. Oggi non posso più ordinare una cena a un ristorante, prendere un aereo e viaggiare, ascoltare il rumore del mare e apprezzare il sapore dell’acqua sulla pelle, fare una passeggiata in giorno di sole e regalare un sorriso sincero».

Attualmente Michela usufruisce dell’Ado (il servizio domiciliare oncologico).

Ogni mattina un’infermiera e un’operatrice sanitaria la aiutano a fare il bagno, a sedersi nella vasca, ad alzarsi e a lavarsi. Troppo debole, troppo stanca per essere autonoma. «Le uniche energie che ho le uso male: mi arrabbio con chi mi sta vicino e combino capricci». Qualche giorno addietro, presa da un raptus, ho strappato la flebo dal braccio. Fortuna ha voluto che l’infermiera era presente e «dopo due minuti la cannula era di nuovo in vena, le gocce hanno ricominciato a tintinnare a brevi intervalli di un tempo. Un tempo che non passa mai ma che corre via senza più aspettarmi».

Sono le undici. Suonano alla porta, è l’infermiera: Michela deve fare una medicazione. Il marito, Antonio che per tutto il tempo era rimasto in silenzio, si sposta in cucina. Prepara un caffè e nell’attesa di berlo mostra delle foto di quando Michela non era malata. Di quando era giovane, bella e forte. «Negli anni ho visto mia moglie trasformarsi. Ho visto il colore della sua pelle cambiare, il suo carattere cambiare, il suo sguardo. Quasi non la riconosco più…».

A interrompere Antonio è il fischio della caffetteria sul fuoco. Il tempo di bere il caffè e Michela ha finito la medicazione. Ora ha un’espressione diversa, quasi di sfida, come a volere chiudere ogni interazione. È così è. «Io so che sto per morire. Non c’è alcun dubbio in questo, è l’unica certezza. La morte non libera ma conclude. Non so quando arriverà e non ne sono terrorizzata. Non più. Ora però ho solo voglia di respirare».

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