Tumori causati dalle protesi al seno, facciamo chiarezza

Tumori causati dalle protesi al seno, facciamo chiarezza

Una neoplasia del sangue molto rara, e nella maggior parte dei casi curabile, sembra essere correlata agli impianti. Ecco cosa c’è da sapere

 

Il nome è linfoma anaplastico a larghe cellule: è un tumore del sangue raro e che, se scoperto in tempo e curato, non ha conseguenze. Molto di rado, questa neoplasia si può sviluppare intorno a una protesi al seno (BIA-ALCL, da Breast Implant-Associated Anaplastic Large Cell Lymphoma): non si conoscono con certezza le cause scatenanti ma, secondo alcune ipotesi, alla base potrebbe esserci uno stato infiammatorio cronico dovuto all’impianto stesso, che favorirebbe la degenerazione dei linfociti T che si trovano in prossimità della protesi. In media, la diagnosi di questa malattia avviene dopo 9-10 anni dall’impianto protesico.

Numeri: pochi e incerti. Attualmente, è impossibile stimare l’incidenza dei casi di linfomi mammari. Come riporta il sito del Ministero della Salute“a fronte di oltre 10 milioni di protesi al seno impiantate, il numero di casi resta estremamente basso”. Negli Stati Uniti, dove si eseguono circa 500mila interventi di chirurgia estetica al seno l’anno, dal 2011 ad oggi la Food and Drug Administration ha riportato 359 casi di linfoma anaplastico a larghe cellule in donne che avevano una protesi mammaria, e 9 decessi.

In Italia – circa 49 mila impianti di protesi l’anno – sono riportati 25 casi. Dal 2015, comunque, si è registrato un incremento, in seguito all’emanazione di una circolare che aveva come obiettivo quello di sensibilizzare tutti gli operatori sanitari per una una corretta diagnosi di BIA-ALCL in presenza di sintomi sospetti.

 

 “È chiaro, quindi, che uno dei problemi è anche il monitoraggio del problema. Insomma, i numeri sono troppo bassi e incerti per trarre qualsiasi conclusione, ma questo non significa che il possibile rischio vada misconosciuto”, sottolinea Andrea Sagona, chirurgo oncologo della Breast Unit dell’Humanitas Cancer Center di Rozzano, Milano.

 

I primi sospetti. È stato proprio nel 2011 che si è cominciato a sospettare una correlazione tra l’impianto di protesi e lo sviluppo di questa forma di linfoma intorno al seno. Questa neoplasia si può sviluppare ovunque, ma l’FDA aveva notato un numero anomalo di casi in cui il tumore si era sviluppato proprio intorno alla protesi mammaria in donne che avevano fatto un intervento per fini ricostruttivi o estetici. Nel marzo 2016, l’Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto e definito questa emergente forma di linfoma, inquadrandola nell’ultima revisione della classificazione.

 

A maggior rischio con la protesi rugosa. “I pochi dati a disposizione suggeriscono che il rischio sembra essere maggiore con l’utilizzo delle protesi rugose, testurizzate”, spiega Sagona:“Esistono, infatti, diversi tipi di protesi: alcune sono tonde e lisce, altre sono a goccia e con la superficie rugosa. Queste ultime sono le più utilizzate per la ricostruzione oncoplastica, perché conferiscono al seno una forma più naturale e, grazie alla texture, sono più stabili. Si ipotizza che, proprio per l’attrito, la superficie rugosa possa indurre più facilmente un microambiente pro-infiammatorio cronico, che può poi dare origine al linfoma”. Negli Usa, dei 231 casi in cui è noto il tipo di protesi utilizzate, 203 riguardano protesi rugose e solo 28 quelle lisce. “Al momento comunque i dati non sono così forti da sconsigliare di ricostruire il seno con le protesi rugose”, continua il medico. “Sicuramente, quello che bisogna fare è alzare la sorveglianza”.

 

Le diverse forme dell’ALCL mammario. Se il linfoma viene scoperto nella forma in situ, quando è ancora confinato intorno al seno, si risolve facilmente, asportando la protesi e la capsula fibrosa che spesso si forma come normale reazione dell’organismo a un corpo estraneo. Le forme invasive, quando il linfoma si diffonde oltre la capsula e invade i linfonodi e altre sedi, sono invece più aggressive e vengono trattate anche con farmaci chemioterapici. La prognosi è di norma favorevole.

 

I sintomi a cui prestare attenzione. “Tra i sintomi più comuni vi è l’aumento delle dimensioni della mammella e il dolore”, chiarisce Sagona: “Possono esserci infezioni, infiammazioni, sieromi, ematomi, mentre è più rara la presenza di un nodulo. La diagnosi avviene attraverso un ago aspirato: si preleva il liquido che si forma intorno alla protesi e si analizzano le cellule T. Ilmessaggio che deve passare non è di allarmismo, ma è un invito ad alzare la guardia: a prendere consapevolezza di un rischio che è molto basso, ma esiste”, conclude il chirurgo. “E che ci dice che una paziente con una protesi, specialmente se rugosa, va seguita con scrupolo anche rispetto alla possibilità di un linfoma”.

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