Depressione: l’efficacia dei famaci dipende anche dall’ambiente in cui si vive

Due studi coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità dimostrano che la terapia farmacologica più utilizzata per la depressione viene influenzata dalle condizioni di vita del paziente. Meglio combinare medicine e psicoterapia

Il farmaco fa la differenza, ma anche il contesto ambientale conta; questo è stato evidenziato da studi relativi alle terapie contro la depressione.

L’efficacia dei medicinali serotoninergici, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri), dipende anche dalle condizioni di vita del paziente. È la conclusione a cui è giunta un’équipe internazionale di ricercatori del Centro per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, in due studi, pubblicati su Molecular Psychiatry e su Translational Psychiatry.

Secondo l’Oms la depressione è una vera e propria emergenza sanitaria che colpisce 322 milioni di persone in tutto il mondo. Il 60-70 per cento dei pazienti trattati con la categoria di farmaci più comunemente utilizzata nelle principali forme di depressione, ovvero gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, non guarisce e il 30-40 per cento non mostra neanche una risposta significativa al farmaco.

«Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina – spiega Igor Branchi, affiancato nell’indagine dai colleghi dell’Università La Sapienza di Roma, dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dell’ateneo di Zurigo (Svizzera) – non risultano sempre efficaci. Per capirne i motivi, abbiamo ipotizzato come l’aumento della plasticità neurale indotta dal farmaco produca un aumento della suscettibilità agli stimoli ambientali. Di conseguenza, abbiamo analizzato, sia in modelli sperimentali sia in pazienti, il ruolo dell’ambiente nel determinare l’efficacia del trattamento. I risultati hanno dimostrato come il trattamento con Ssri aumenti in modo dose-dipendente l’influenza delle condizioni di vita sull’umore. Ciò è stato osservato sia su parametri clinici, quali la gravità della psicopatologia, che preclinici e molecolari, come i livelli di neutrotrofine e la neurogenesi».

I risultati fanno pensare che l’approccio terapeutico dovrebbe basarsi sulla combinazione del trattamento farmacologico con la terapia cognitivo-comportamentale. In un editoriale che accompagna l’articolo su Molecular Psychiatry, Julio Licinio, sostiene che lo studio possa spiegare la variabilità dell’efficacia del trattamento con gli antidepressivi e aiutare la comprensione del meccanismo di azione di questi farmaci.

 

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