Dagli organi ai geni: cambia la lotta ai tumori

Raymond Kurzweil, detto «Ray», è un computer scientist e un futurologo ed così ottimista da sostenere che bisogna tenere duro 20 anni. Per il 2035, o giù di lì, la medicina sarà diventata tanto onnipotente da guarire tutto. Anche il cancro. Non tutti gli specialisti sono altrettanto disposti al trionfalismo, ma ottimisti lo sono di certo.

All’Istituto Irccs di Candiolo si è incontrato lo scorso weekend un super-gruppo di questi oncologi: l’occasione è stata un «workshop» internazionale organizzato dalla Fondazione per la Ricerca sul Cancro per celebrare l’inaugurazione della seconda «Torre per la ricerca». Discutendo dei nuovi esperimenti e delle ultime scoperte, si è arrivati a una duplice conclusione. Se la cattiva notizia è che resta oscuro il motivo per cui una cellula neoplastica impara a sfuggire ai farmaci e continua a riprodursi, usurpando la logica della staminalità, la buona notizia è che i meccanismi che la scatenano sono finalmente chiari. La macchina oscura dei tumori inizia a trasformarsi in una scatola di cristallo. E conoscere i meccanismi significa imboccare la strada delle terapie personalizzate e, di conseguenza, risolutive.

La svolta si è già affacciata nella ricerca, ma solo da poco sta prendendo forma nella consapevolezza dei malati. Si riassume nella formula rassicurante di «medicina di precisione», che è la conseguenza di un nuovo approccio, quello dell’oncologia molecolare. Significa che uno specialista non pronuncerà più la frase raggelante: «Lei ha un tumore al polmone» o «Lei ha un tumore al seno». Spiegherà invece la caratteristica genetica del tumore, incarnata da acronimi di oncogeni, decisamente anodini, tipo «Egfr», «Her2» o «Met», e, mostrando la mappa del Dna dell’intruso, definirà la terapia specifica. Di precisione, appunto. Costruita sull’individuo. Perché – sebbene ai profani sembri strano – lo stesso farmaco che cura un tumore «al seno» aggredisce, per esempio, uno «al polmone». Non conta più l’organo colpito, semmai la macchina genetica che genera il processo. Un esempio è il «trial» clinico Heracles sul tumore del colon retto, concluso con successo a Candiolo, i cui risultati sono stati presentati pochi giorni fa alla conferenza dell’American Society for Clinical Oncology.

Ora i protagonisti – sia della diagnosi sia della cura – sono i geni, con le loro mutazioni e le loro lesioni. Un microuniverso di interruttori che accendono e spengono i tumori e sui quali agire, verificando, passo dopo passo, gli effetti dei «bombardamenti intelligenti» delle cure. Non a caso a luglio, negli Usa, partirà il primo test massivo di medicina di precisione, coordinato dal National Cancer Institute e condotto su 3 mila pazienti: i loro tumori saranno sequenziati in modo da svelare le lesioni nel Dna che li fanno proliferare. Una ventina di farmaci di nuova generazione saranno messi a disposizione per verificarne l’efficacia.

A Candiolo i temi in discussione erano queste frontiere, esplorate secondo visioni più globali e altre più specifiche. Così da una parte si sono messi gli oncologi «senior» – come il padrone di casa, Paolo Comoglio, direttore scientifico dell’Istituto, David Livingston della Harvard Medical School negli Usa o Yosef Yarden del Weizmann Institute of Science in Israele – e dall’altra studiosi «junior» come Kristian Petras della Lund University in Svezia o Ido Amit, vincitore della medaglia «Embo», una sorta di Nobel per under 40 nelle scienze della vita. Intrecciando dati e sperimentazioni, hanno analizzato le cellule del cancro secondo la prospettiva dei network: un insieme «di elementi metabolici, energetici e segnaletici» che sono alla base della proliferazione e della migrazione metastatica. Processi fondamentali anche per ideare farmaci che intervengano su queste «cascate di eventi biologici», dove una manifestazione è decisiva: l’«oncogene addiction».

È la stessa che ha messo sotto la lente Comoglio, spiegando che è sufficiente un numero ristretto di lesioni genetiche – gli oncogeni «drivers» – «per sostenere la trasformazione delle cellule: da sane a malate». Queste perdono la capacità di riparare il Dna e si accende il meccanismo moltiplicatore che dà origine al tumore, fino ai «cloni» che beffano i farmaci e diventano killer. Un caos biologico che, secondo Livio Trusolino, specialista di medicina traslazionale a Candiolo, dev’essere studiato nel suo «contesto eterogeneo»: non basta individuare il malfunzionamento di un singolo gene.

Ecco perché – ha sottolineato Alberto Bardelli, responsabile del laboratorio di genetica molecolare dell’Istituto – tra le sfide c’è quella di vincere la resistenza dei tumori alle terapie. Se le malattie sono «errori», il cancro è di più ed è la dimostrazione che Darwin aveva ragione: sa ricorrere a tutti i trucchi dell’evoluzione per sopravvivere e uccidere senza rimorsi.

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