Come il federalismo ha smontato il servizio sanitario nazionale

A volte è necessario guardare alle origini per capire cosa siamo diventati. E per guardare alle origini del servizio sanitario nazionale italiano bisogna arrivare al 1978 e a una legge (la 833) epocale. La norma definiva il funzionamento del sistema della tutela della salute italiano, ma soprattutto, nelle prime righe, i principi fondamentali.
Primo: «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività mediante il servizio sanitario nazionale».
Secondo: «la tutela della salute fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana».
Terzo: «il servizio sanitario nazionale è costituito dal complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio».
Qualcosa, tuttavia, negli ultimi anni sembra essersi rotto. E, soprattutto sul fronte dell’eguaglianza dei cittadini, gli obiettivi a cui il nostro servizio sanitario avrebbe dovuto tendere sembrano tutt’altro che realizzati.
Anzi sembra essere in atto un processo di progressiva differenziazione dei cittadini italiani in campo sanitario. Dovuta soprattutto al progressivo trasferimento di competenze dallo Stato centrale alle Regioni.
Del tema si occupa ora un libro (Sanità a 21 velocità, curato da Lorenzo Cuocolo, Davide Integlia e Stefano da Empoli) che prova a raccontare il fenomeno della divaricazione tra le sanità regionali attraverso i numeri.
Un fenomeno che comincia prima di quanto ci si aspetti.
Così, se si va a guardare quanto spendono le regioni per la salute dei propri cittadini ci si accorge che se negli anni Novanta la forbice tra quelle che spendevano di più e quelle che spendevano di meno era di circa 25 euro a cittadino, nel 2004 si è arrivati a 200 per poi stabilizzarsi poco sopra i 150 euro. Sembra un’inezia, ma non è così «se consideriamo che la spesa media annuale del Servizio sanitario nazionale per ogni cittadino italiano è intorno ai 1.800 euro», spiegano gli autori.
Molto simile è ciò che avviene con i farmaci. La forbice tra chi spende di più e chi spende di meno ha raggiunto il picco di 40 euro pro-capite nel 2006 per poi stabilizzarsi intorno ai 30 euro pro-capite negli ultimi due anni. Una differenza che per gli autori del libro non è «giustificabile», in quanto sia l’autorizzazione all’immissione in commercio sia i prezzi dei farmaci sono decisi dall’Agenzia del farmaco, a livello nazionale.
Dove andare a cercare, dunque, le origini di questo fenomeno?
Nella riforma federalista, secondo I-Com (Istituto per la competitività), think tank indipendente a cui fanno capo i curatori del libro, che ha di fatto determinato una «distorsione» nella governance della politica sanitaria tra Stato e Regioni. Queste ultime hanno acquisito competenze sulla determinazione del prezzo dei farmaci e ampliato il potere decisionale dei Prontuari, che hanno oggi l’ultima parola rispetto all’effettiva introduzione di nuovi medicinali sul territorio. Questa distorsione del ruolo dei Prontuari si traduce per le Regioni nella possibilità di ridurre la spesa farmaceutica, mentre per i cittadini «il risultato è un’assoluta disomogeneità di accesso alle terapie, per cui lo stesso farmaco potrà essere disponibile in alcune Asl del territorio nazionale e non in altre».

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