Fondazione Veronesi: quando serve il bisturi preventivo nel tumore al seno?

La Fondazione Umberto Veronesi ha lanciato una campagna informativa sul tumore al seno, dopo il grande clamore mediatico dovuto ala dichiarazione dell’attrice Angelina Jolie, che ha dichiarato di essersi fatta asportare entrambi i seni per ridurre il suo rischio genetico di sviluppare un tumore.
Di cosa parliamo veramente quando ci riferiamo al rischio genetico nel caso del tumore al seno? E’ necessari premettere che solo il 5% dei tumori del seno è legato ad alterazioni genetiche. Le ricerche hanno dimostrato, ed è il caso dell’attrice americana, che l’alterazione di due geni (Brca1 e Brca2) è associata ad un aumentato rischio di tumore del seno e dell’ovaio. Il rischio in questi casi può essere molto superiore alla media, anche dell’80-85% nell’arco della vita.
Ma, spiegano dalla Fondazione Veronesi,”va detto che non sempre il test genetico dà un responso chiaro e non tutti i casi positivi sono poi destinati a sviluppare un tumore. Inoltre secondo molti esperti mancano dati definitivi che dimostrino la superiorità del bisturi preventivo in termini di sopravvivenza rispetto a un piano di controlli personalizzato, seguito quando occorre da chirurgia e radioterapia.”
Pur confermando la scientificità del calcolo del rischio non ci sono invece prove che l’asportazione del seno diminuisca il rischio rispetto ai controlli preventivi.
Il dato interessante riportato dalla Fondazione è che si ricorre all’intervento per sollevarsi dalla paura della perdita e del dolore. Fra le donne che ricorrono all’intervento sono molte di più coloro che hanno perso la madre a causa del tumore e che a loro volta sono madri.
A dirlo è una ricerca pubblicata sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology: la scelta dell’asportazione preventiva è undici volte più frequente della media nelle figlie, sorelle, nipoti di donne decedute per tumore mammario, 4 volte più frequente nelle madri rispetto alle donne senza figli. Tutto il resto, l’età, gli interventi precedenti, conta poco.” Le conclusioni degli autori”, spiegano dalla Fondazione, “sono quasi un appello: la percezione del rischio è influenzata da aspetti soggettivi che possono spingere verso la chirurgia profilattica più dello stesso rischio clinico reale. E’ fondamentale che la donna sia accompagnata in una scelta ponderata dalla consulenza di esperti nei vari settori, il senologo, il genetista, lo psicologo, il chirurgo plastico.”
Cosa fare quindi? LA donna con predisposizione genetica non è “dannata”, spiegano dalla Fondazione. E sana e deve sottoporsi a dei controlli periodici.Emma D’Andrea, della Struttura per i Tumori eredo-familiari di mammella e ovaio presso l’Istituto Oncologico Veneto di Padova, raccomanda: «Dai 25 anni ai 35, le linee guida nazionali ed internazionali suggeriscono ecografia, risonanza magnetica nucleare (con e senza contrasto) e visita clinica, annuali. Si tratta di persone sane, che non si devono sentire ammalate (neanche in pericolo) e, in assenza di una sintomatologia precisa, non devono frequentare troppo i presidii sanitari. In quasi ogni regione italiana ci sono unità di lavoro sui tumori ereditari della mammella e dell’ovaio»
La consulenza ha importanza anche secondo un’altra ricerca internazionale: i revisori della Cochrane Collaboration, l’organizzazione internazionale che si occupa di fare il punto sull’efficacia delle terapie sulla mastectomia profilattica ha pubblicato alcuni anni fa una revisione di 39 studi su oltre 7.300 donne. Nella maggior parte dei casi «la mastectomia bilaterale profilattica può ridurre l’incidenza del cancro al seno e migliorare la sopravvivenza delle donne ad alto rischio, ma gli studi condotti finora presentano limiti metodologici. Dopo l’intervento, la maggior parte delle donne è soddisfatta della sua decisione, meno sul piano dell’estetica e della percezione corporea. Molte procedure necessitano di ulteriori interventi. La gran parte delle donne si sente sollevata, ma dato che potrebbero sovrastimare il loro rischio di cancro al seno, hanno bisogno di comprendere il loro reale rischio quando considerano la possibilità di un intervento preventivo»

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