MEZZI INNOVATIVI PER LE TERAPIE CONTRO IL TUMORE

Oggi i farmaci per la cura del tumore al seno come trastuzumab possono essere somministrati per via sottocutanea
05.05.2013. Con l’avvento degli anticorpi monoclonali e soprattutto di nuove modalità di somministrazione del farmaco, le terapie per la cura del tumore al seno HER2 positivo si sono rivoluzionate. Ci spiega in che misura e con quali conseguenze per la qualità di vita delle pazienti Alberto Ballestrero, Direttore U.O.C. Semeiotica e Metodologia Medica del San Martino-IST di Genova.
Il San Martino-IST di Genova è coinvolto nella sperimentazione clinica di una nuova modalità di somministrazione della terapia biologica per la cura del tumore al seno HER2 positivo, può illustrarci di cosa si tratta e quali sono gli obiettivi?
Il nostro Centro partecipa da quasi un anno ad uno studio molto importante, denominato PrefHER che ha come principale obiettivo quello di valutare il gradimento e la preferenza delle pazienti con tumore precoce della mammella HER2 positivo, riguardo la somministrazione sottocutanea di trastuzumab, rispetto alla tradizionale somministrazione endovena. Per meglio comprendere la valenza dello studio occorre fare un passo indietro.
Grazie a studi di biologia molecolare sappiamo da tempo che circa il 20% dei tumori mammari è associato a iperespressione e amplificazione di un recettore, chiamato HER2, presente sulla superficie delle cellule. Sappiamo inoltre che neoplasie HER2 positive sono molto più aggressive e hanno una prognosi peggiore, infatti sono spesso resistenti alle terapie ormonali e alla chemio, e vanno incontro a recidive metastatiche. L’avvento di trastuzumab, anticorpo monoclonale che legandosi al recettore HER2 blocca la crescita della cellula neoplastica fino a farla morire, ha rappresentato uno dei progressi più brillanti nella cura del tumore al seno soprattutto nella prevenzione delle recidive (terapia adiuvante) e come terapia della malattia in fase avanzata (metastatica). Da sempre trastuzumab è somministrato per via endovenosa. La cura del tumore al seno in fase precoce dura 12 mesi e consiste in 18 somministrazioni, una ogni 21 giorni. La paziente ovviamente deve recarsi in ospedale perdendo ogni volta almeno una mezza giornata. Da qualche anno si studia la somministrazione di trastuzumab per via sottocutanea, modalità che ha ottenuto risultati positivi per altri anticorpi monoclonali impiegati per via sottocutanea nel trattamento di patologie immunodegenerative.
Obiettivo principale dello studio PrefHER è valutare la preferenza delle pazienti in terapia adiuvante con trastuzumab circa la somministrazione sottocutanea rispetto a quella endovenosa ed anche valutare la soddisfazione degli operatori sanitari (medici e infermieri). Lo studio valuterà inoltre la sicurezza, tollerabilità e immunogenicità (possibili reazioni allergiche) di trastuzumab somministrato per via sottocutanea.
Il trial di fase III HannaH ha dimostrato che la nuova modalità di somministrazione sottocutanea consente di ottenere una efficacia paragonabile a quella ottenuta per via endovenosa. Può illustrarci di cosa si tratta e che tipo di tecnologia si utilizza?
Lo studio HannaH è stato condotto per valutare se la somministrazione sottocutanea di trastuzumab fosse paragonabile in termini di efficacia alla somministrazione per via endovenosa. A questo scopo si è proceduto con uno studio randomizzato costituito da un braccio sperimentale con pazienti alle quali era somministrato trastuzumab sottocute e un braccio controllo nel quale le pazienti ricevevano il trattamento standard, ossia trastuzumab per via endovenosa. Lo studio prevedeva la somministrazione dell’anticorpo monoclonale, quale terapia neoadiuvante, prima dell’intervento chirurgico, pertanto ci si attendeva come risultato la riduzione della massa tumorale che avrebbe dovuto verificarsi nelle stesse percentuali in entrambi i bracci. I risultati eccellenti di HannaH, pubblicati nell’agosto 2012 sulla rivista scientifica Lancet Oncology, hanno dimostrato che le risposte del tumore alle due modalità di somministrazione del farmaco erano sovrapponibili in termini di efficacia: 40,7% dei casi trattati per via endovenosa verso 45,4% di quelli trattati con somministrazione sottocutanea.
Lo studio HannaH ha valutato anche la farmacocinetica (esposizione dell’organismo al farmaco) e la tossicità di trastuzumab nelle due modalità di somministrazione: anche in questo caso i risultati sono stati equivalenti.
Grazie alle tecniche di DNA ricombinante si è potuta superare l’unica difficoltà che in qualche modo ostacolava la somministrazione di trastuzumab nel sottocute. Sappiamo infatti che il sottocute è composto da tessuto adiposo e da un fitto traliccio di fibre di collagene ed elastina immerse in un gel mucoproteico il cui principale costituente è l’acido ialuronico. Ebbene, questa sorta di barriera che ostacola il normale assorbimento del farmaco è stata superata brillantemente con la scoperta prima dell’enzima ialuronidasi che degrada l’acido ialuronico e dopo con la ricostruzione in laboratorio della ialuronidasi umana possibile con le tecniche del DNA ricombinante. Oggi trastuzumab è somministrato agevolmente nel sottocute insieme all’enzima ialuronidasi che idrolizzando temporaneamente l’acido ialuronico crea un varco che consente il passaggio del farmaco nei vasi e la sua entrata in circolo.
Dal punto di vista della paziente con diagnosi di tumore al seno HER2 positivo, quali sono i benefici che può apportare questa nuova modalità di somministrazione?
Il beneficio maggiore sarebbe arrivare all’autosomministrazione, questa è la prospettiva che ci auguriamo, magari la prima dose potrebbe essere praticata in ospedale a maggiore garanzia e sicurezza della paziente, le successive a domicilio. Per adesso il vantaggio più importante è il tempo: la donna guadagna tempo. Pensiamo alle pazienti che hanno una famiglia, un lavoro, relazioni sociali e alla possibilità di entrare in day hospital e andare via dopo mezz’ora contro la mezza giornata che la donna perde adesso. La durata della terapia: 5 minuti con la somministrazione per via sottocutanea contro le 2-3 ore necessarie alla somministrazione per infusione endovenosa. Devo dire che le pazienti seguite al San Martino-IST di Genova fino ad ora sono entusiaste di questa nuova modalità di somministrazione. Qualora si dovesse arrivare all’autosomministrazione gestita a casa dalla paziente, si otterrebbero ulteriori benefici: evitare il disagio del trasporto in ospedale, dei permessi sul posto di lavoro e il coinvolgimento dei familiari.
Dal punto di vista delle strutture ospedaliere e dei centri specializzati in oncologia, quali sono i concreti vantaggi dell’utilizzo di questa nuova modalità di somministrazione?
Il risparmio e la semplificazione della procedura sono sicuramente i principali vantaggi. Intanto la somministrazione di trastuzumab per via sottocutanea non richiede personale infermieristico specializzato; inoltre si risparmia in termini di consumo di materiale e si evita l’errore del calcolo della dose (trastuzumab sottocute si somministra a dose fissa, indipendentemente dal peso). Inoltre, c’è meno lavoro per le Unità di preparazione dei farmaci antiblastici della farmacia ospedaliera. Infine, fatto non certo trascurabile, non esiste più la necessità di organizzare turni per l’occupazione della sedia infusionale, e si evidenzia il netto risparmio relativo all’impianto di dispositivi per la somministrazione endovenosa (cateteri centrali o cateteri centrali ad inserzione periferica) che con la somministrazione sottocutanea non risultano più necessari.

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