Tumori: l’indagine, oltre 4% donne ‘salve’ grazie a screening al seno

 

Roma, 4 ott. (Adnkronos Salute)

Gli screening per la diagnosi precoce del tumore salvano la vita: lo conferma un’indagine condotta su 10 Asl lombarde e che ha analizzato i percorsi diagnostico-terapeutici nella regione per il cancro del seno. I test di massa che hanno coinvolto oltre 400 mila donne a rischio di questa malattia, hanno consentito di individuare per tempo il tumore nel 4,1% dei casi. Un dato positivo, che indica come i controlli preventivi restino l’arma più efficace per battere il cancro sul tempo.

Non mancano, però, le ombre nel quadro emerso dall’indagine. Restano da migliorare tempi d’attesa e da ridurre gli esami inappropriati dopo l’intervento, che finiscono per distrarre risorse che potrebbero servire per allargare gli screening. I risultati, infatti, mettono in dubbio i benefici dei numerosi esami di follow up nei pazienti sottoposti a chemio e che non hanno avuto recidive dopo l’operazione.

La ricerca “Index”, che verrà presentata domani a Bergamo, è stata condotta dalla Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere) e dal Cipomo (Collegio italiano primari oncologi ospedalieri). Coinvolte le 10 Asl lombarde: Bergamo, Como, Lodi, Milano, Milano 1, Milano 2, Pavia, Valle Camonica, Varese. L’indagine evidenzia le buone performance delle aziende sia nello screening che nella cura del cancro del seno, ma anche la necessità di ridurre i tempi di attesa per l’intervento chirurgico di resezione del tumore e l’inizio dei trattamenti farmacologici o radioterapici.

Il cancro del seno si conferma la forma di cancro più comune tra le donne (16%), anche nel nostro Paese, dove sono diagnosticati oltre 47 mila casi l’anno (30,2% del totale). Ci si ammala ancora di più a Nord: i dati infatti vanno da un minimo di 954 casi su 100 mila persone in Puglia a un massimo di 2.682 casi, sempre su 100mila, in Friuli. Le regioni settentrionali, insieme a quelle centrali, vantano i maggiori tassi di sopravvivenza, l’86% rispetto all’81% del Sud. “Dato probabilmente giustificato da una maggiore qualità del processo assistenziale al Centro-nord”, evidenzia la ricerca.

In Italia l’incidenza di questo tumore è rapidamente cresciuta negli ultimi 40 anni, segnando un +186%. Nell’ultimo ventennio si è parallelamente assistito a una graduale riduzione della mortalità, diminuita del 24% dal ’90 al 2010. A 5 anni dalla diagnosi è vivo l’87% delle pazienti. Questi nel dettagli i risultati dello studio Index.

PREVENZIONE. Lo strumento più affidabile per l’identificazione del tumore del seno è la mammografia bilaterale, che dovrebbe essere eseguita nelle donne tra 45 e 69 anni ogni 12-24 mesi. Secondo lo studio, “non c’è evidenza che altre tecniche, quali l’autopalpazione, la valutazione clinica della mammella e l’ecografia siano parimenti efficaci nello screening del tumore al seno”. Nelle 10 Asl che hanno partecipato all’indagine, oltre il 90% delle donne tra 50 e 69 anni (406mila), considerata la fascia di età a rischio, sono state ‘invitate’ ad effettuare il controllo, rispetto alla media nazionale del 69%. Lo hanno poi effettivamente eseguito 368mila donne, il 56% in linea con la media italiana del 55%. Il risultato è stato negativo nel 95,9% dei casi, positivo nel 4,1%.

TERAPIA E TEMPI D’ATTESA. Solo per 5 Asl è stato possibile valutare il tempo di attesa tra diagnosi e intervento di asportazione del tumore. Solo nel 45,4% dei casi son passati meno di 30 giorni (limite fissato negli obiettivi del Piano oncologico della Lombardia), con un’attesa media di 53 giorni. Tra l’operazione chirurgica e l’inizio del trattamento farmacologico trascorrono 58,5 giorni, solo il 19,6% delle pazienti ha iniziato la chemio entro il primo mese. Anche in questo caso il ritardo può essere causa della forte domanda, oltre che di decisioni cliniche che in alcuni casi consigliano di posticipare il trattamento farmacologico. L’attesa media per la raggiunge i 111 giorni.

TROPPI CONTROLLI POST-INTERVENTO. Nelle donne sottoposte all’operazione chirurgica e senza una recidiva nell’arco di un anno sono stati eseguiti complessivamente 8.457 esami, in media oltre 3,5 per paziente operata. Una su cinque effettua una scintigrafia ossea e una su dieci una Tac. Una mole considerevole di esami, secondo la ricerca, nonostante le Linee guida nazionali dicano che “non esiste un’evidenza che l’esecuzione di esami di routine quali esame emocromocitometrico, profilo biochimico, radiografia del torace, scintigrafia ossea, ecografia epatica, marcatori tumorali possa portare reali benefici nella gestione al tumore alla mammella”. Il rischio è che si sottraggano risorse che potrebbero essere impiegate ad esempio per migliorare le campagne preventive di screening, ma anche che si sottopongano le pazienti a esami non necessari, a radiazioni, allo stress da attesa e da comunicazione dell’esito.

 

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